I segreti del mestiere di Claudio Sabelli Fioretti
Come si fa un'intervista?
«La preparazione è il punto fondamentale da cui partire»
di Samuele Amadori
L’intervista è il genere giornalistico più sottovalutato. Semplice da realizzare, semplice da leggere, ascoltare, vedere. Apparentemente. Perché per fare davvero una buona intervista bisogna sputare sangue. Lo dice Claudio Sabelli Fioretti, il principe italiano del genere.
Sabelli Fioretti ha da poco lasciato la redazione del Corriere della Sera Magazine, dove i suoi dialoghi con i personaggi più in vista del Belpaese hanno fatto storia. Politici, attori, fenomeni del momento e vecchie meteore.
Da dove parte il lavoro dell’intervistatore?
«La preparazione è molto importante. Non si può realizzare un’intervista scrivendosi quattro domande su un foglio di carta. Questa è una forma televisiva che produce solo bla bla bla. La ricerca sul personaggio può durare anche diversi giorni, ed è fatta di molte letture e telefonate. Poi arriva il momento vero e proprio del dialogo, che per quanto mi riguarda dura anche 4 o 5 ore».
Due consigli fondamentali per evitare problemi.
«Presentarsi sempre con un elenco di domande scritte, non c’è da vergognarsi. Poi si possono prendere direzioni diverse, ma avere una base scritta è utile per ritrovare il filo se lo si perde. Una cosa da evitare è porre le domande in un ordine poco logico. Ovvero non si può chiedere ‘come si è sentito quando è morta sua moglie? E che numero di scarpe porta?».
Una volta terminato l’incontro, come si comporta?
«Sbobino l’intervista integralmente. Di solito è un testo che va dalle 125mila alle 150mila battute. Poi inizio a tagliare e ordinare fino ad arrivare alle 30mila battute. Le parole vengono rispettate integralmente ma con la mediazione dell’intervistatore. Il passaggio successivo è il più duro. Arrivare al testo definitivo è la parte più dura, perché tutto a questo punto sembra necessario».
Ma l’intervistato può leggerlo, prima della pubblicazione?
«Sì, deve sempre poter tornare indietro. A volte gli intervistati abusano di questa opportunità, a volte si crea una trattativa. I peggiori sono i giornalisti, che fanno tante storie. I politici? Quelli di sinistra sono più rompiballe, ma in generale sono ok. La persona che sa di poter rileggere l’articolo è comunque molto tranquilla e spesso non rilegge neppure».
C’è un’etica dell’intervista?
«Il senso delle parole di un intervistato va rispettato sempre, anche nel contesto di un articolo. Capita, purtroppo, che tagliando si trasformi il senso del discorso. Bisogna essere corretti, ma può succedere anche involontariamente. Il successo di un’intervista non consiste nel fare lo scoop, ma nel fare un ritratto preciso del personaggio. Poi c’è da dire che l’intervista è un prodotto artificiale, una mediazione fra due persone».
Preferisce mettere a suo agio le sue “vittime”?
«Sì, la seduzione a volte è un piccolo trucco, il sembrare dalla parte dell’intervistato. Anche perché non ha senso metterli in difficoltà, di solito ci si mettono da soli».
Le capita mai di arrivare impreparato all’intervista?
«Sì. Devo dire che io non sono molto colto, perciò a volte mi sono ritrovato in difficoltà».
Che ne pensa di Vittorio Zincone, che l’ha sostituita come intervistatore principe sul Corriere Magazine?
«Che è bravo ma ha commesso un grosso errore: riproporre il mio stesso format. Per questo la percezione del lettore è meno positiva che nel mio caso».
Ma chi sono i più bravi intervistatori in Italia?
«Il mio preferito è Stefano Lorenzetto de Il Giornale. È più bravo di me, perché io intervisto personaggi conosciuti, lui scopre i più curiosi che ci sono in giro per il paese. Poi mi piacciono Daria Bignardi, Aldo Cazzullo, Caporale, Rossini».
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