In Italia c'è ancora chi è costretto a vivere sotto scorta Il difficile cammino della libertà di stampa Nel 2007 sono stati 87 i giornalisti uccisi a causa del loro lavoro
di Camilla Manconi
Sessantasette giornalisti rapiti, 881 imprigionati, 87 uccisi. La cifra più alta dal 1994, l’anno del genocidio in Ruanda e della guerra civile in Algeria. Una cifra che in cinque anni, dal 2002, è cresciuta del 234%. Questi i dati sul 2007 raccolti da Report Sans Frontier, l’organizzazione che dal 1985 si occupa di difendere e monitorare l’esercizio della libertà di stampa nel mondo. Giornalisti in trincea, che spesso pagano con la vita il desiderio di difendere un diritto fondamentale: quello di esprimere liberamente le proprie idee e raccontare la realtà che li circonda. Come il giapponese Kenji Nagai, freddato da un soldato birmano durante gli scontri in Myanmar dello scorso settembre. Un colpo di fucile sparato davanti agli occhi attoniti del mondo intero.
Democrazie fragili - Ma in trincea non vivono solo i reporter di guerra. Ci sono giornalisti che rischiano la vita ogni giorno anche dove dovrebbe esistere uno stato di diritto. In Russia, ad esempio, negli ultimi sette anni sono stati più di 20 i giornalisti che hanno perso la vita in circostanze misteriose. Una situazione portata drammaticamente alla ribalta dall’omicidio, nell’ottobre del 2006, di Anna Politkovskajia.
Delitti di casa nostra - Anche in Italia la vita, per chi cerca di indagare i lati oscuri del nostro Paese, non è facile. Ci sono giornalisti costretti a vivere sotto scorta, come Roberto Saviano e Lirio Abbate, minacciati da quelle mafie che cercano quotidianamente di raccontare e combattere. Vicende che riportano alla mente il triste ricordo di chi ha pagato con la vita l'impegno e la passione per la verità; di chi ha voluto indagare sul terrorismo, sulle zone d'ombra di guerre e potere, sulla criminalità organizzata. Da Mauro De Mauro a Mauro Rostagno, da Walter Tobagi a Carlo Casalegno, da Ilaria Alpi a Enzo Baldoni.
Web e censura - Nell’era digitale nemmeno la Rete, per tanti spazio di assoluta libertà, viene risparmiata dalla censura e i cybergiornalisti non corrono meno rischi dei loro colleghi di televisione e carta stampata. Sempre secondo il rapporto di Reporter senza frontiere, nel 2007 oltre 2.600 tra siti web e blog sono stati chiusi, principalmente dai governi di Cina, Siria e Myanmar. Il blogger egiziano Karim Amer è addirittura stato condannato a tre anni di carcere, al termine di un processo sommario durato cinque minuti, per aver espresso opinioni critiche sul presidente Mubarak e sulle autorità religiose del paese. |