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Rispetto di regole e avversari sono i capisaldi del “nobile sport” Rugby, passione vera Grazie al 6 Nazioni gli italiani lo hanno conosciuto (e apprezzato)
di Antonio Di Bartolomeo
Se n'è fatto un gran parlare negli ultimi anni, ma da noi il rugby rimane ancora disciplina di nicchia. Nonostante le prime e poche vittorie importanti, nonostante calendari e apparizioni in tv, nonostante l’italiano medio sappia ormai che il mestiere dei fratelli Bergamasco non è lo stesso dei fratelli Marx. Una nicchia che si preserva dedicando anima e corpo allo sport amato.
La divinità rugby. Il rugby è un credo sportivo: al pari di una religione ha i suoi dogmi (la palla si passa solo indietro), le sue liturgie (come la Haka neozelandese), i suoi riti (a fine partita ci si stringe la mano senza ipocrisie), i suoi peccati veniali (una mischia mal organizzata, ad esempio) e i suoi peccati gravi (un placcaggio al collo è severamente punito). E, soprattutto, il suo gruppo di fedeli; pochi ma molto motivati. E’ grazie a loro, i guardiani della rivoluzione rugbistica, se la tradizione italiana è sopravvissuta a un lungo oblio collettivo di fronte all'agrodolce dittatura del calcio.
 Il mito fondativo. Tutto cominciò nel 1823 quando – narra la tradizione – un tale William Webb Ellis “noncurante delle regole del football così come giocato allora, prese la palla tra le mani e iniziò a correre dando origine alla caratteristica più distintiva dello sport”. Così recita la lapide commemorativa piazzata a Rugby, la cittadina dove sarebbe avvenuto il fatto e da cui la nuova disciplina prese il nome. La realtà storica è un’altra, lo sanno tutti: è fatta di litigi e di scissioni, di aggregazioni e di accordi sulle regole tra i vari college inglesi. Lì i ragazzi d’oltremanica davano sfogo alla propria energia giocando con una palla divenuta ufficialmente ovale solo nel 1892.
Il rugby è sempre più azzurro. In Italia fiorì sotto la benedizione del fascismo in quanto attività virile e violenta, tanto che ancora oggi le partite più importanti vengono giocate allo stadio Flaminio, una struttura voluta da Mussolini stesso. Ignorato per i cinquant’anni successivi, anche perché associato al fascismo, l’ultimo decennio ne ha segnato il riscatto. L’ammissione al torneo delle 6 Nazioni nel 2000 ha segnato il punto di svolta, soprattutto grazie alla trasmissione in chiaro da parte di Rai, prima, e La7, dopo. I tesserati in Italia sono 80 mila, pochi rispetto ai paesi dalla tradizione più consolidata, tanti se si considera che la cifra è più che raddoppiata nel giro di una decade. Ma la diffusione è a macchia di leopardo, perché in molte regioni mancano ancora fondi e strutture. (Guarda la mappa del rugby in Italia)
Bestie o gentiluomini? In realtà il rugby è, secondo la celebre massima erroneamente attribuita a Oscar Wilde, “uno sport per bestie giocato da gentiluomini”, mentre il calcio uno “sport per gentiluomini giocato da bestie”. Che sia davvero così non possiamo assicurarlo, ma da osservatori esterni il comportamento di calciatori e rugbisti sul campo non fa che confermare il noto aforisma. Anche se, per quanto ci piaccia sparare a zero sul football, una realtà è innegabile: noi italiani siamo nati e moriremo tutti calciofili. Quasi tutti. |
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