Mafia e informazione al centro del Festival di Perugia «Giornalisti, non passacarte» Il modello del compianto Siani e di Rosaria Capacchione
di Laura Corsi e Francesco Musi
«Giancarlo non voleva fare l’impiegato ma il vero giornalista». Paolo Siani ricorda così il fratello assassinato dalla camorra nel 1985 intervenendo a Perugia alla terza edizione del Festival del Giornalismo. “Colpevole” di aver rivelato particolari scomodi, non graditi al clan dei Nuvoletta, attivo a Torre Annunziata, vicino Napoli. Giancarlo Siani è diventato uno dei simboli della lotta alle mafie, del giornalismo d’inchiesta. Involontariamente. Pensava solo a fare bene il suo mestiere. Non voleva diventare un eroe.
Lo stesso spirito che anima Rosaria Capacchione, del Mattino di Napoli, costretta a vivere sotto scorta per le minacce ricevute dalla criminalità organizzata: «Faccio la giornalista, non la passacarte». Intervistata da Bianca Berlinguer, la Capacchione ha raccontato la sua esperienza, il suo impegno, la sua passione per questo mestiere. Con grande capacità comunicativa ha saputo esorcizzare la sua difficile condizione. Un successo anche di pubblico: la Sala dei Notari era stracolma.
Il rapporto tra mafia e informazione è stato al centro di una serie di dibattiti durante i cinque giorni della manifestazione. Roberto Morrione, Peter Gomez, Petra Reski, David Lane ed altri hanno parlato del giornalismo d’inchiesta, delle difficoltà nel metterlo in pratica e dei suoi limiti. Fondamentale il contributo del Procuratore nazionale anti mafia Piero Grasso che ha sottolineato l’importanza di mantenere viva l’attenzione sulla criminalità organizzata, evitando il rischio che “scompaia dai giornali, dall’opinione pubblica e di conseguenza dall’agenda dei governi”.
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