Il rapporto tra informazione e malavita organizzata L'inchiesta sotto assedio Le opinioni di Francesco La Licata e Paolo Butturini
di Susanna Lemma
La mafia vive nel silenzio e di silenzi. Il giornalismo, quello buono, ha la possibilità di spezzare questo silenzio assordante e di puntare i riflettori sulle ombre della nostra società. Cosimo Cristina, Mauro De Mauro, Giuseppe Fava, Giancarlo Siani. Sono solo alcuni dei giornalisti che hanno dedicato la vita al loro mestiere, accettandone i rischi e, talora, sfidandoli.
Il Festival internazionale del giornalismo di quest’anno ha ospitato appassionanti dibattiti su come i giornalisti affrontano il tema delle mafie.
Giornalismo, globalizzazione e criminalità organizzata è stato l’incontro che si è tenuto presso la Sala dei Notari, mercoledì primo Aprile.
Ha partecipato come relatore Francesco La Licata, inviato della stampa, interessato da sempre alle vicende legate alla malavita organizzata. È stato testimone delle tragedie palermitane che hanno segnato gli ultimi anni del Novecento: l’assassinio del procuratore Piero Scaglione, le stragi di Capaci e via d’Amelio. Ha seguito la serie di attentati a Roma, Firenze e Milano. Ha raccontato la cattura dei più potenti boss di cosa nostra, dall’arresto di Totò Riina a quello di Brusca e la corsa al pentitismo. Il giornalismo di inchiesta, a suo avviso, è minacciato da questioni economiche: è dispendioso e non rappresenta un business per gli editori.
Tra gli ospiti c’era anche Paolo Butturini, segretario dell’associazione Stampa Romana. Si occupa da tempo di problemi sindacali e professionali legati al mondo dell’informazione. È intervenuto sulla trasformazione delle mafie e dunque del modo di raccontarle. Sono tramontati i tempi di pizzini e casali in campagna, la criminalità organizzata è sbarcata su Facebook, usa Skype ed è attratta dall’alta finanza. Paolo Butturini ha discusso con noi il futuro del giornalismo di inchiesta, di come si sia trasformato senza cambiare i propri contenuti.
In tempi di globalizzazione anche il giornalismo deve ridisegnare i propri assetti organizzativi. Scrivere di mafia nel 2009 vuol dire andare oltre le caratteristiche regionali di provenienza. Vuol dire allargare gli orizzonti e acquisire nuovi strumenti e metodologie di indagine, pur conservando lo spirito di servizio alla democrazia che finora le ha contraddistinte.
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