Collusioni e complicità da Provenzano alla politica Lirio Abbate: "La mafia non è un film" Indagare e spiegare gli affari dei boss come impegno di ogni giorno
di Valeria Radiconcini
Il lavoro del cronista, ha sostenuto Lirio Abbate, o è accurato o non lo è. Per questo è stato l’unico giornalista presente alla cattura di Bernardo Provenzano, per questo dal maggio 2007 è sotto scorta, dopo che le intercettazioni telefoniche effettuate nel popolare quartiere palermitano di Brancaccio avevano portato alla luce un piano per uccidere proprio lui, un cronista della redazione Ansa di Palermo e corrispondente per La Stampa.
“La verità è nel fondo di un pozzo: lei guarda nel fondo di un pozzo e vede il sole o la luna; ma se si butta giù non c’è né il sole né la luna: c’è la verità”. Scriveva così Leonardo Sciascia trentacinque anni fa e Abbate, oggi, nel pozzo ci si è buttato. Ha indagato da giornalista i sottili rapporti tra mafia e politica, tra capi mandamento e imprenditori, tra boss ed esponenti noti della vita politica, con il libro “I complici. Tutti gli uomini di Bernardo Provenzano da Corleone al Parlamento”, scritto a quattro mani con Peter Gomez.
Qualcuno chiede ad Abbate perché lo faccia, in fondo ha una sua vita, una famiglia… Non basta essere premiati come cronista dell’anno nel 2003, vincere il premio Capalbio, Santa Marinella e Paolo Borsellino di fronte alle minacce delle cosche che lo hanno costretto a trasferirsi per tre mesi nella redazione centrale dell’Ansa, a Roma. Per lui essere giornalista significa osservare,indagare e raccontare, senza autocensure, per rispetto di se stesso, per rispetto dei suoi lettori.
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