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Disputa su Aldo Moro

Archivio > Piazza Fontana e gli anni di piombo

Intervista a Valerio Morucci, il brigatista che non voleva uccidere il presidente della Dc
Disputa su Aldo Moro
I dissidi interni alle Brigate rosse e la vera storia del memoriale inviato a Cossiga

di Fabrizio Angeli



«Le Br? Uno sputo nella storia e nell’oceano del movimento insurrezionale della fine degli anni Settanta». A dirlo non è uno storico revisionista, ma Valerio Morucci, il “postino” del sequestro Moro. Proveniente dall’ambiente romano di Potere operaio, il 16 marzo 1978 Morucci fa parte del gruppo di fuoco dell’agguato in via Fani, nel quale vengono uccisi 5 uomini della scorta del presidente della Democrazia cristiana. Contrario alla decisione di uccidere Moro, abbandona con la compagna Adriana Faranda le Br per formare il Mcr (Movimento comunista rivoluzionario), ma viene arrestato nel maggio del 1979.

E’ stato condannato prima all’ergastolo e poi a trent’anni, scesi a ventidue e mezzo grazie alla legge sulla dissociazione. Autore di diversi libri sulla sua formazione e gli anni della lotta armata (tra cui
A Guerra finita, Manifesto Libri, Roma 1994, Ritratto di un terrorista da giovane, Piemme, Casale Monferrato 1999 e La peggio gioventù, Rizzoli, Milano 2004), oggi è sposato e vive a Roma, dove si occupa di informatica oltre che di scrittura.

Partiamo dai suoi libri: come è arrivato a fare della letteratura sugli anni di piombo?
Dopo tanti anni la narrazione dei fatti in sé non avrebbe detto più nulla, per questo ho pensato fosse meglio presentare una verità umana, a tutto tondo. Sull’argomento esiste una tale messe di dati sui fatti che nessuno di questi è stato scandagliato in tutte le sue sfaccettature. Occorreva dare una maggiore completezza, che non coinvolgesse solo il fatto ma tutto il suo retroterra più complesso.

Nella narrazione si rivolge ai capi delle Br con il “loro”: “Loro pensavano… loro dicevano…”. Una presa di posizione evidente.
Mi ero dissociato da loro in un durissimo scontro già prima dell’arresto, a seguito del dissidio sulla decisione di uccidere Moro. Una scelta che era già chiaro avrebbe avuto conseguenze disastrose. Ma per me il motivo principale dell’opposizione a quella scelta fu etico: dire di lottare per la libertà e uccidere un prigioniero fu un’aberrazione, oltre che una contraddizione in termini.

Qual era il suo rapporto con leader delle Br, come Mario Moretti e Alberto Franceschini?
Non c’è mai stato un rapporto pieno con loro: provenivo da un’esperienza diversa, ma in quel momento erano l’organizzazione più forte. Di certo è stata una situazione difficile da capire dall’esterno, soprattutto da parte di quanti ci consideravano riduttivamente un gruppo terroristico. Al nostro interno potevano esserci grosse differenze: loro si consideravano un “tutto” e si erano arrogati una delega per combattere una guerra contro lo Stato in nome del proletariato. Un altro conto era invece lottare per rimuovere gli ostacoli in favore del movimento rivoluzionario.

Però in comune c’era l’uso delle armi.
Ho ritenuto che uccidere fosse una scelta adeguata allo scontro. Per come la vedevo allora, ammettevo l’omicidio politico, ma solo con un raccordo col movimento di massa. Sono poi convinto che in quel momento specifico i capi Br non potevano fare altrimenti: non si potevano uccidere cinque persone e poi lasciare vivo l’ostaggio. Ne sarebbe nato nell’organizzazione un dibattito e recriminazioni laceranti.

Che immagine conserva del gruppo del sequestro: fu davvero un’organizzazione scientifica e perfetta?
Come si è visto il gruppo era dotato di grandi capacità organizzative e tecniche, ma con livelli di addestramento “fatti in casa”. E la loro rilevanza politica alla fine fu scarsa, rovinata da un enorme errore di presunzione. L’uso delle armi in sé fa già confondere la loro potenza con la potenza dell’azione.

Perché nel 1990 decise di inviare un memoriale di confessioni a Francesco Cossiga, allora capo dello Stato?
Sull’importanza di quel documento si sono dette molte cose sbagliate. In realtà io e Adriana (Faranda, ndr) avevamo rilasciato una testimonianza al giudice Ferdinando Imposimato già nel 1982. In seguito mi sono limitato a trascrivere gli atti in un papier, raccogliendo tutti i verbali, e aggiungendo i nomi delle persone che prima erano solo numeri (“1 faceva questo, 3 e 5 dissero altro…”), perché nel frattempo erano state condannate. In quegli anni molti democristiani mi scrissero chiedendo lumi sul sequestro, così suor Teresilla, dal carcere di Rebibbia, fu il tramite che aiutò la Dc a comprendere i fatti, che comunque erano già noti alle autorità nella loro valenza giudiziaria.

Cosa fa oggi, oltre a scrivere?
Sono un consulente informatico autonomo; ho un figlio e sono sposato con una donna che non c’entra nulla con il mio passato.




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