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Stefano Bartezzaghi, ovvero l'arte magica delle parole
«La combinatoria del linguaggio è di per sé una cosa sorprendente»
di Giorgio Specchia
Giocare con le parole. Smontarle e rimontarle come fossero semplici oggetti per trovare nuove forme e combinazioni. E' questo in fondo quello che da anni fa Stefano Bartezzaghi nella sua rubrica "Lessico & nuvole" sul Venerdì.
Lui, figlio del più celebre enigmista italiano, sulle cui caselle nere e bianche si sono persi milioni di italiani, ha reso anagrammi, acrostici e crittogrammi qualcosa che sta a metà strada tra il passatempo e l'arte. La sua è una scienza dello svago: la parola, lungo il sentiero che da un palindromo porta a un indovinello, diventa per Bartezzaghi uno strumento per non dire, per nascondere, per annodare la realtà, per modellare il senso comune, per piegare significati e creare effetti illuminanti.
Pensieri e parole - A pensarci bene, "Marco Antonio altro non è che l'anagramma di antico romano". "Dopo l'età infantile - dice Bartezzaghi - la maggior parte delle persone pensano solo ai pensieri, non pensano più, cioè, alle parole in sé". Basterebbe scindere quindi il significante dal suo significato, anatomizzare ogni parola, osservare ogni sua componente ed ascoltarne ogni singolo fonema per tornare a stupirsi di come tutto, poi, sia racchiuso in quelle 21 lettere.
AUDIO
Intervista a Stefano Bartezzaghi
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