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Tra passato e presente, il bianco nella storia di Orvieto
La città dove scorre il vino
Mauro Gialletti, direttore della cantina La Carraia: «nella vite la nostra economia»
di Silvia Balducci
I due volti di Orvieto e i suoi tesori. In superficie la cattedrale che sovrasta la città, i vicoli e le botteghe. Una vitalità quasi rumorosa per la pace dell’entroterra umbro. In profondità, invece, l’Orvieto nascosta con i suoi cunicoli e le sue grotte. Al momento ne sono state censite quasi ottocento. Proprio qui, al fresco umido delle pareti in tufo veniva conservato l’oro della città: il vino.
I greci la definivano “Oinarea”, la città dove scorre il vino, lasciando intendere una fama già consolidata duemila anni fa. Dall'epoca etrusca e romana, infatti, a quella medioevale e rinascimentale, il bianco tipico di queste terre ha segnato la vita degli orvietani. Questa tradizione è testimoniata dagli affreschi etruschi delle tombe Golini, dal mosaico della cattedrale, oggi conservato a Londra, e dalle ceramiche medioevali e rinascimentali dei musei della città. Un'antica leggenda racconta che nel 1500 nell’accordo per la realizzazione degli affreschi del Pintoricchio nel Duomo fossero comprese ogni anno per gli operai dodici some di vino (circa mille litri).
L’Orvieto classico è il nettare di queste terre, il frutto dei vitigni tipici: il trebbiano e il grechetto. Questo vino, tra i primi ad ottenere negli anni settanta la denominazione doc, è tra i bianchi italiani più conosciuti. Di queste zone, oltre alla storia, ha segnato anche l’economia. Molte aziende, infatti, ne hanno fatto la propria fonte di guadagno. Grandi e medie imprese, insieme a realtà più piccole, in tanti hanno puntato sul vino. Nel tempo, ovviamente, la produzione si è allargata, comprendendo vini di vario tipo. Anche i rossi, infatti, come il Merlot, il Sangiovese o il Montepulciano, hanno raggiunto la loro notorietà. Non è un caso, però, che a portare il nome della città sia il bianco.
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