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L'età d'oro

Archivio > Il rugby, passione vera

Triplicati i tesserati. Ora i problemi sono le strutture e il professionismo
L’età dell’oro e il futuro del movimento in Italia
Dopo l'ingresso nel 6 Nazioni la Fir vuole dare stabilità all’entusiasmo

di Alessandro Gamberi



Dal 2000, anno di ingresso dell’Italia nel torneo 6 Nazioni, il numero dei tesserati nel rugby è di fatto triplicato, toccando quota 80 mila iscritti. Quest’anno l’obiettivo della federazione è fare in modo che questo boom diventi stabile, dotando la crescente passione di strutture idonee ad uno sport che veicola anche una cultura alternativa. Ne abbiamo discusso con Pierluigi Bernabò, consigliere federale della Fir (Federazione Italiana Rugby).


Quanto è stata importante la trasmissione in chiaro degli incontri del 6 Nazioni?
«E’ stata fondamentale, perché ci ha dato un’enorme visibilità. Così come le pubblicità di Peroni e Iveco, che hanno diffuso un’idea positiva del nostro sport. E’ partito da qui il nostro boom».

Il prossimo anno il torneo sarà trasmesso da Sky. Cosa Cambia?
«Tutto. Sky ha ottimi mezzi e coprirà sicuramente l’evento in maniera ottimale, ma rischiamo di tornare ad essere relegati ad una nicchia di spettatori».

Nonostante il successo, il rugby è ancora diffuso a macchie di leopardo. Come mai?
«In regioni come Veneto, Lombardia, Emilia, Lazio e Abruzzo ci sono strutture adeguate. Lì se un ragazzo si avvicina allo sport trova personale disponibile e campi. Una volta che un giocatore si ritira poi, diventa allenatore o dirigente e così in quell’area il movimento cresce. In altre regioni, se un ragazzino vuole praticare il rugby si trova da solo e con poco più di un campetto sterrato. E poi serve un maggiore collegamento con le scuole».

Il rugby rappresenta una cultura ben definita. E’ esportabile nel vivere civile?
«C’è una forte cultura dell’impegno e del lavoro nel nostro sport. Già adesso il terzo tempo appare episodicamente nel calcio, anche se ormai la pratica è un po’ inflazionata. La forza del rugby è che a qualsiasi livello, finito l’incontro, ci si può ritrovare per una cena assieme ad arbitri e avversari. Una cosa per ora impensabile in altri sport».

Fino a che punto si può parlare di professionismo per il rugby italiano?
«Non se ne può parlare laddove esistono giocatori che prendono mille euro di rimborso spese. In Italia solo il Super 10 si avvicina al concetto di professionismo. E’ per questo che si è decisa la partecipazione di almeno due club italiani alla Celtic League. Una competizione del genere è ottima per cambiare mentalità e ritmi di lavoro. In questo modo anche la nazionale ne beneficerà».

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