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"Mio padre fu la prima vittima dell'odio"

Archivio > Piazza Fontana e gli anni di piombo

Il commissario fu ucciso per vendicare la morte di Giuseppe Pinelli
"Mio padre fu la prima vittima dell'odio"
Mario Calabresi racconta il clima in cui maturò l'omicidio di Luigi

di Antonio Di Bartolomeo

L’agguato - Il 17 maggio 1972 Luigi Calabresi, giovane commissario della polizia politica di Milano, fu ucciso con tre colpi di pistola sotto la propria abitazione vicino alla sua 500 azzurra che l’avrebbe portato al posto di lavoro, come ogni mattina. Per capire le ragioni del primo omicidio mirato degli Anni di piombo, bisogna fare un passo indietro; tornare alla notte tra il 15 e il 16 dicembre del 1969, pochi giorni dopo la strage di Piazza Fontana.
Ciò che successe nella stanza dell’Ufficio politico della questura di Milano quella notte nessuno lo sa, ancora oggi. L’unica cosa certa è che attorno alla mezzanotte l’anarchico Giuseppe Pinelli cadde dal quarto piano. Pinelli era da tre giorni sotto il torchio degli investigatori, i quali erano convinti che sapesse qualcosa della strage. Ma la pista anarchica, inizialmente battuta dagli inquirenti, si rivelò infondata.

Le accuse - Certezze non ve n’erano, appunto. Ben presto, però, iniziarono a girare notizie false, accuse più o meno dure, che non furono pubblicate solo in piccole testate di gruppi estremisti. Come ricorda Giampaolo Pansa nel suo ultimo libro, «Il revisionista», Vie nuove, settimanale del Pci, fornì una dettagliata descrizione di quanto era avvenuto in quella stanza: Pinelli fu ucciso da un colpo di karate alla nuca e poi scaraventato dalla finestra per simulare un suicidio. Tutte menzogne, come avrebbe confermato l’autopsia: le conseguenze del volo di quattro piani erano l’unica causa della morte.

Il personaggio - Noto per essere molto disponibile con i giornalisti e aperto al dialogo con i militanti della sinistra extraparlamentare, Calabresi conosceva bene Giuseppe Pinelli e lo rispettava a tal punto da aver scambiato alcuni libri con lui. Prima delle esplicite minacce del giornale Lotta Continua («Non finisce qui»), prima delle lettere anonime, delle telefonate minatorie e dei manifesti sui muri delle città italiane, Calabresi era stato messo all’indice dalla quasi totalità dell’intellighenzia di sinistra italiana: ottocento intellettuali firmarono un appello scritto da Camilla Cederna in cui il poliziotto era definito un «torturatore» e condannato per essere il «responsabile» per la morte di Pinelli.
Poi la situazione sfuggì di mano e le parole si trasformarono in fatti. Gli anatemi in sangue.
Mario Calabresi, figlio del commissario e direttore della Stampa, ci racconta la sua storia.


Per l’omicidio del commissario Calabresi, dopo una lunga vicenda giudiziaria, nel 1997 vengono definitivamente condannati a 22 anni di carcere Adriano Sofri, Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani, tutti ex leader del movimento politico di estrema sinistra Lotta Continua.
Ovidio Bompressi è stato graziato dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel 2006.




AUDIO

Intervista a Mario Calabresi

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