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Archivio > Copenaghen
Recuperato il velivolo della prima spedizione italiana sull'Everest
Nella morsa dell'Himalaya
I due sherpa che lo hanno ritrovato a Viterbo per denunciare lo scioglimento dei ghiacciai
di Silvia Balducci e Francesco Trapanotto
I relitti di un elicottero dell'esercito italiano erano imprigionati nel ghiaccio dell'Himalaya dall'aprile del 1973. L'anno della prima spedizione italiana sull'Everest guidata da Guido Monzino. Dopo aver siglato il record mondiale planando a quota 6500 metri uno dei tre velivoli, impegnato in una missione di soccorso, si schianta e rimane imprigionato tra le pareti del gigante nepalese. Solo questa primavera i resti sono stati riportati a valle grazie alla Eco Everest Expedition: un progetto sostenuto dal WWF per ripulire un patrimonio ambientale sempre più minacciato dall'inquinamento. Sono state le guide Dawa Steven e Apa, lo sherpa che detiene il record di scalate sull'Everest, a ritrovare la coda dell'elicottero italiano. A Viterbo al forum sull'ambiente organizzato da "Greenaccord" il destino ha fatto incontrare il figlio del pilota del velivolo precipitato e gli sherpa che ne hanno ritrovato i resti.
Una storia destinata a rimanere nella memoria dei protagonisti. Ma il ritrovamento dei rottami oltre a riportare in luce la vicenda, pone l'accento su un'altra verità: il disastro ambientale. Gli sherpa, infatti, hanno rinvenuto la coda dell'elicottero a quota 5.500 metri, un'altitudine di un chilometro inferiore rispetto a quella dello schianto. I ghiacci si sono sciolti di mille metri in 36 anni. Dati allarmanti confermati anche alla Conferenza di Copenhagen. Il riscaldamento globale in meno di un secolo porterà all'innalzamento delle acque di un metro e mezzo con conseguenze devastanti: tsunami, esondazioni, scioglimento dei ghiacci… I due sherpa a Viterbo sono venuti proprio a denunciare questo fenomeno e testimoniare i problemi dell'Himalaya. Sensibilizzare e volgere lo sguardo oltre, la scommessa del futuro è quella di preservare la terra in cui viviamo.
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