Nord e Sud dei giornalisti precari

Intervista doppia a Ciro Pellegrino e Antonella Cardone, che lottano per uno stipendio dignitoso

Antonella Cardone e Ciro PellegrinoIl “nord del giornalismo”, metaforicamente parlando, è riuscire ad avere un contratto stabile. Abbiamo intervistato Ciro Pellegrino e Antonella Cardone, che si battono entrambi – il primo in Campania, la seconda in Emilia Romagna – per ridurre precarietà e retribuzioni da fame nel settore. Un giornalista dallo stipendio (quantomeno) dignitoso è, innanzitutto, un giornalista libero.

I giornalisti precari sono tutti uguali lungo lo Stivale?
Pellegrino - Cambiano di molto le condizioni ambientali. Il Sud ha pochissime realtà editoriali produttive, il settore ruota attorno ai finanziamenti pubblici. Il problema è questo: non c’è mercato.
Cardone - La differenza è principalmente economica. I collaboratori dei giornali, in generale, guadagnano pochissimo. Al Nord la situazione è seria, al Sud disperata.

Quanto guadagna in media un collaboratore di giornale? Può “vivere” di giornalismo?
P. – Molti giornali in Campania hanno delle tariffe fisse, si prende 4-5 euro ad articolo, 25 per un servizio video. Contrattare il proprio compenso è impossibile, o gli spiccioli o niente. Alcuni non arrivano nemmeno a 200 euro al mese.
C. - Il 70% di loro prende circa 5000 euro l’anno. Un articolo, in Emilia Romagna, frutta circa 20 euro. Il vero problema restano molti colleghi che, pur di guadagnare qualcosa, sono disposti a lavorare perfino a 20 centesimi al pezzo.

Qual è l’obiettivo primario dei coordinamenti di giornalisti precari che guidate?
P. – Obiettivo è ottenere, al più presto, quel che ho ribattezzato “il comma badante”. Arrivare a fine mese e, guardandosi in tasca, scoprire d’aver guadagnato almeno quanto una colf.
C. – Instaurare un rapporto, anche minimo, fra editori e collaboratori precari. Al momento è inesistente, per il semplice motivo che i primi non li riconoscono nemmeno come soggetti coi quali contrattare.

Si può essere allo stesso tempo giornalisti precari e liberi?
P. – No. Si è continuamente obbligati a scrivere cose che non si condividono. In un primo momento la reazione istintiva è dire “non voglio fare compromessi con me stesso, non lo scrivo” ma, alla fine, si finisce a farlo. Si scende a patti con se stessi, la propria etica e la deontologia giornalistica.
C. – Rispondo con una storia. Una collega precaria lavorava in una radio locale. Cambiato il direttore l’emittente, da neutrale, inizia a parteggiare per una parte politica. Lei, durante una riunione, lo fa notare, chiedendo solo che la radio potesse avere una posizione meno schierata. Il direttore la ricopre di brutte parole e la caccia all’istante dalla redazione. Non ci ha mai più messo piede e, per paura e vergogna, non lo ha nemmeno denunciato.

Roberto Morelli
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