Una questione di numeri
Due più due fa quattro, il calcolo è corretto. L’informazione noDisoccupazione al 9,8%, spread a 432 punti base, 2 milioni 506mila italiani senza lavoro. La crisi parla, per definizione, il linguaggio dei numeri. Dati e percentuali, da ormai un paio d’anni, occupano sempre più spazio nei notiziari e nelle pagine dei giornali. Il pubblico chiede risposte davanti a una situazione difficile, i media provano a rispondere. Non sempre, però, lo fanno inquadrando i dati nel giusto contesto, rispettandone il significato reale. Il risultato, inevitabilmente, è un’informazione poco chiara, se non scorretta.
Disinformatori – Capita che i media riportino numeri senza dare delle spiegazioni che ne facciano capire l’utilità, o facendone un uso sbagliato. In questi casi la responsabilità di un’eventuale disinformazione si attribuisce facilmente. Un esempio: un mese fa è stato diffuso uno studio di Bankitalia su ricchezza e diseguaglianza nel nostro Paese. Fra le altre cose, nel rapporto emerge che i 10 “paperoni” d’Italia possiedono la ricchezza pari a quella di 3 milioni di poveri. Un dato impressionante, che, però, risale al 2006. Bankitalia lo ha riportato prendendolo da uno studio di due economisti fatto qualche anno fa. Ciononostante, i media, nella maggioranza dei casi, hanno veicolato un messaggio di questo tipo: ad aumentare il divario tra poveri e ricchi è stata la crisi. Il che, in realtà, può anche essere vero, ma non era quello il dato a cui ci si sarebbe dovuti riferire per fare un’affermazione simile.
Maglie nere – Oltre a un uso scorretto dei dati economici, a confondere le idee ci si mettono anche le classifiche internazionali, che spesso i media riportano in modo acritico. Risale a qualche settimana fa la pubblicazione della classifica secondo cui gli italiani percepiscono un livello di corruzione nel proprio Paese maggiore di quello percepito dai cittadini del Ghana. La stampa, in molti casi, si è gettata sulla notizia dandola in pasto al pubblico attraverso una tabella priva di commenti. Forse, sarebbe stato opportuno ricordare al lettore che la percezione dei cittadini di due paesi culturalmente distanti anni luce, con livelli di istruzione diversi, è difficilmente comparabile. Lo stesso accade quando si chiede a un italiano e a un inglese di dichiarare la propria percezione di benessere; persone di diverse nazionalità danno importanza a aspetti diversi della vita, e tendono a rispondere con più o meno sincerità a domande di questo tipo. Semplificando: per cinque inglesi che alla domanda “sei felice” rispondono sì, è probabile che ci sia un solo italiano che si sente di affermare altrettanto. Non fosse altro che per scaramanzia.






