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Ricordo di Piazza Fontana

Archivio > Piazza Fontana e gli anni di piombo

Il 12 dicembre 1969 una bomba nella Banca Nazionale dell'Agricoltura uccise 17 persone e ne ferì 88
Ricordo di Piazza Fontana
Sette processi celebrati in 35 anni non sono bastati a individuare i responsabili della strage

di Serena Mautone


Non sono bastati quarant' anni per arrivare a una verità condivisa su piazza Fontana.

Inaccessibile all'unione dei familiari delle vittime, condannate nel 2005 dalla Corte di Cassazione a pagare anche le spese processuali (nel maggio dello stesso anno il Consiglio dei Ministri, all'unanimità, decise che lo Stato doveva farsene carico).

La verità non è stata chiarita nemmeno dalla Commissione parlamentare d'inchiesta istituita con legge nel 1988, rimasta in vigore fino al 2001 senza andare oltre ipotesi ricostruttive e possibili letture dei fatti. Se per anni il lavoro di storici e giornalisti è rimasto ingabbiato in retoriche opposte, volte a evidenziare le responsabilità degli attori di una mai chiarita "strategia della tensione", è pur vero che le radici di questa contrapposizione sono profonde, superano - in una ricostruzione a ritroso - l'immediato dopoguerra, e affondano nello Stato liberale.

Sarebbe quindi ragionevole sottolineare gli elementi di continuità nella storia di un paese in cui gli attentati dinamitardi avevano luogo anche negli anni Venti ( la bomba al Teatro Diana scoppiò la sera del 23 marzo 1921 e il fallito attentato alla Fiera campionaria di Milano costò la vita a 20 persone il 12 aprile 1928).

Ma la strage di piazza Fontana è percepita dall'opinione pubblica come uno spartiacque, l'inizio degli "anni di piombo" in cui la conquista recente di un assetto democratico viene messa in discussione da frange minoritarie, fortemente ideologizzate. Sul versante opposto le indagini sulle responsabilità dei settori deviati dell'apparato statale. Dall'inchiesta del giudice Salvini, 60.000 pagine scritte dal 1988 al 1998, emerge che la strage del 12 dicembre non è stato un semplice attentato terroristico. Secondo Vincenzo Vinciguerra, ex membro di "Avanguardia Nazionale" e "Ordine Nuovo", condannato all'ergastolo per l'uccisione di tre carabinieri nel 1972, "la bomba doveva essere il detonatore che avrebbe consentito la proclamazione dello stato d'emergenza, atto essenziale per l'instaurazione di un regime autoritario". La morte di Giuseppe Pinelli e quella, tre anni dopo, di Luigi Calabresi sono e il simbolo di un clima di tensione sfociato in inaudita violenza: di una ricerca di capri espiatori piuttosto che dei veri responsabili.

Nell'introduzione all'ultimo numero dell'Europeo di dicembre 2009, in cui articoli scritti immediatamente dopo la strage si intervallano ad articoli di oggi, Aldo Cazzullo si cimenta in un confronto tra il passato e il presente e nota "Alle sicurezze - granitiche quanto spesso infondate - sul doppio Stato, su una storia occulta e parallela a quella ufficiale, sull'esistenza di torbidi collegamenti e collusioni, si e' sostituita un'attitudine altrettanto avventata e non meglio motivata, secondo cui non c'e' niente da chiarire". Dalle certezze alla rassegnazione. L'idea di una pacificazione passa da questa considerazione. L'incontro del maggio scorso tra Licia Pinelli e Gemma Capra (vedova del commissario Calabresi) segna la fine di una storia di cui conosciamo solo il nome delle vittime.



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